Dedicato a tutti i collezionisti di Fabio Fabbi

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L’altra notte ho fatto un sogno.

Perdona la confidenza, se ti parlo in questo tono.. Ma sono persuaso che tu mi possa capire. D’altro canto, è pur vero che condividiamo la stessa passione, noi siamo Collezionisti. E in un mondo che spesso non ci capisce e, con condiscendenza, ci lascia fare, tra noi ci intendiamo subito. Ci intendiamo, e spesso ci riconosciamo l’uno con l’altro, come appartenenti ad antiche società segrete, in una stanza piena di persone.

Come ti dicevo, ho fatto un sogno, camminavo tra questi quadri e li guardavo con attenzione, forse anche con un po’ di cupidigia. Quando ecco che, tutto ad un tratto, non mi trovavo più tra queste mura, ma per uno di quegli incanti tipici dei sogni, camminavo per le assolate strade di Alessandria d’Egitto, alla fine del secolo Decimo Nono. In quell’Alessandria che stava recuperando la centralità persa nei secoli e tornava ad essere l’epicentro del commercio globale. Passeggiavo sul boulevard circondato da giovani azzimati borghesi ed eleganti donne dalla carnagione di porcellana, anche loro con abiti raffinati di raso di seta e di pizzo. Ma, bramoso di esotismo, ero lontano da questa Alessandria in cui volevo stare. Volevo essere libero dalle convenzioni borghesi, vedere la città misteriosa che si schiudeva oltre le zone ricche. La città dove vivevano gli indigeni, che dagli occidentali erano usati come poco più che schiavi, segregati, quasi nascosti. Ed ecco che dotato del soprannaturale potere dei sogni, il mio volere diveniva realtà. Ma non vedevo squallore e degrado, intorno a me. Le scene di vita cui assistevo, come lo spettatore al cinematografo (invenzione divina!)  erano cariche di un fascino opulento, atavico. La ricchezza dei tessuti e la vivacità di quei colori, avrebbero fatto sfigurare le vesti più eleganti a un raduno aristocratico! Ecco che vidi due zingarelle, arrivate in quegli assolati vicoli chissà come, i fiori tra i capelli, i volti allegri e seducenti lucidi per la calura. I loro corpi primitivi e sensuali erano un invito alla libertà e al piacere. Mi soffermai ad osservare un incantatore di serpenti che come il pifferaio della fiaba, domava con la musica quelle bestie letali. Mi colpiva l’eleganza pura di una donna che osservava la scena, un po’ in disparte, con un bambino sulle spalle, aggrappato ai suoi capelli. Nonostante la semplicità dei miseri abiti aveva un’aria regale. Accanto a lei un mercante guardava divertito la scena, la sua tunica di seta gialla lavorata non faceva che accentuare la dignità della giovane madre.

Fabio Fabbi, Due zingare

Poco più distante su un lussuoso tappeto, degno di una reggia, vidi alcune fanciulle danzare, su petali di fiori, vestite di sete impalpabili dai tenui colori. Mentre una coppia pareva rapita da mistica frenesia, altre due più indietro parlavano sognanti d‘amore. Il loro allegro vociare giungeva oltre i fitti intarsi dei balconi alle loro spalle, serrati per proteggere, dalla calura della strada, una languida favorita, cui era proibito di assistere.

Sotto il maestoso portone scolpito, sormontato da una piccola finestrella, nell’oscurità dell’androne di quella casa maestosa, ecco per la prima volta La vidi. Era una Dea, il capo coperto da un velo prezioso, che non nascondeva la bellezza del suo volto.

Fabio Fabbi – Egiziana

_Chi sei? _ le chiesi _ Perché i tuoi occhi mi sono così familiari?

Il suo velo era una creazione che i migliori sarti di Parigi mai avrebbero potuto realizzare. Scaglie di oro zecchino ricadevano sulla fronte a coprire il naso, incorniciando occhi pieni di passione bruciante. C’era qualcosa di feroce in quello sguardo.

_Ti sono familiare, perché il mio volto lo hai già visto nei Suoi quadri. In tanti, forse troppi, lo avete  visto, ancorché  di sfuggita. E avete desiderato la pelle nuda del mio corpo che io, invece, ho riservato a pochi. Ma nessuno parla mai di me. Non sono che una leggenda, raccontata dai mercanti di arte di una città lontana protetta da tante torri. Il mio volto ha eccitato focosi ardori e malinconici rimpianti.. Eh si, perché i miei quadri li trovavi spesso appesi nei boudoir, nelle case di piacere più rinomate, forse persino nell’alcova di qualche cortigiana di successo. Ed era lì che la mia bellezza aveva una platea, io la favorita dell’harem. Rapita dai Saraceni appena bambina, portata in Africa come schiava, destinata ad essere venduta in un bordello, fui invece comprata da un uomo ricco che si innamorò della mia bellezza e fece di me la sua sposa prediletta. In tanti hanno visto il mio corpo ignudo dipinto, ma la cosa non mi scandalizza. Strana cosa è la bellezza, può salvarti e dannarti allo stesso tempo, della mia storia è il filo conduttore. I pirati mi rapirono, un sultano fece di me la sua sposa ma fu un giovane pittore, che veniva da lontano, che custodì il mio cuore. Lui mi guardava come nessun uomo fece. Non era il suo, l’occhio freddo degli stranieri, che figuravano il mio mondo sulla tela, a volte senza nemmeno averlo veduto, come l’illustrazione di una fiaba. Il suo sguardo era scevro dal giudizio. Non mi considerava inferiore. 

Fabio Fabbi – La favorita dell’harem

Mi diceva che era questo il segreto della sua arte, egli dipingeva ciò che vedeva come attratto da una forza irresistibile. Innanzi a ciò che più toccava il suo sentire, non poteva impedirsi di metterlo sulla tela così, per come stava accadendo intorno a lui. Provava a restituire alla Sua tela i miei pensieri ma quante volte si arrabbiava! Diceva che era impossibile, che non vi riusciva e per questo motivo il mio volto pareva sfocato, in alcuni ritratti, sfuggente.. Spesso mi parlava dei suoi viaggi e della sua città natale. Una città dalle ampie strade maestre con viandanti sonnacchiosi e ben vestiti, certi di un benessere che sembrava eterno, mentre, a poca distanza, negli stretti vicoli medievali avvolti dalla penombra, un uomo tutto contento tornava a casa dalla moglie burbera con un gatto appena ammazzato che, saporito come il più succulento dei conigli, sarebbe stata la loro cena. Una volta, mi raccontava, fuori dalla finestra del suo studio, che dava sui tetti, vide una coppia di ladri che svaligiavano una casa. Una persona di comune sentire avrebbe chiamato aiuto, ma lui no. Messo il cavalletto nella giusta angolatura, li ritrasse, facendo attenzione a non far rumore per non disturbarli e avere più tempo per finire l’opera. 

Forse sarei dovuta fuggire con lui, forse veramente avremmo potuto essere felici nella sua terra, lontani da quel nostro sogno esotico. O forse la quotidianità del domani avrebbe schiacciato la nostra passione. E poi, cosa mi avrebbe riservato il futuro una volta che la mia bellezza fosse sfiorita, lontano dall’harem di cui ero la regina? Una morsa di terrore stringeva il mio petto quando mi vedevo avvizzita come la rosa rimirata il giorno prima, una grottesca caricatura asservita alla gentilezza di un corteggiatore di passaggio.

E così ridevo dei suoi progetti e gli dicevo di fare tesoro di quei nostri momenti sulle sue tele, per poterli rivivere ancora quando non saremo stati più insieme. Lui scalpitava e piangeva, rimproverandomi di non amarlo. Ma si sbagliava. Come potevo resistere al suo genio gentile, come potevo non amarlo. E così l’ho amato, velocemente in un istante, come si ama il canto degli uccelli, che parla alla propria anima e che si dimentica con la sua ultima nota, come uno ama i colori cremisi del sole nel momento in cui scompare sotto l’orizzonte.

[Tempo di lettura: 5 minuti]

Michelangelo Enrico Fornasini

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